Salatto (Associazione italiana ospedalità privata): non siamo solo percettori di risorse

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«Non siamo solo percettori di risorse, ma soggetti attivi che per esperienza e conoscenza devono essere coinvolti nei processi di riorganizzazione di tutto il sistema. Chiederemo a gran voce di partecipare ai tavoli tecnico-programmatici per dare il nostro contributo alla pianificazione sanitaria».

Così il presidente di Aiop Puglia, l”associazione italiana ospedalità privata, Potito Salatto, a margine del consiglio direttivo regionale, che ha riunito i referenti delle 27 strutture aderenti distribuite su tutto il territorio pugliese per affrontare le evidenti difficoltà e i ritardi della sanità regionale.

Tra i temi al centro della discussione, la migrazione passiva che alla Puglia costa ogni anno decine di milioni di euro (nel 2021 il saldo negativo è di 86 milioni di euro) e che ha bisogno di una più assidua interlocuzione con i vertici regionali per condividere strategie che rendano la Puglia e la sua offerta più attrattiva.

«Ora più che mai è necessario dialogare – ha detto Salattosiamo stanchi di subire decisioni, soprattutto quelle che ci riguardano direttamente, prese dalla Regione in maniera unilaterale e senza alcun tipo di confronto o concertazione come nel caso delle ultime deliberazioni sulle strutture di riabilitazione ex art. 26 e per quelle socio-sanitarie e socio-assistenziali, per le quali chiediamo un incontro urgente all”assessore Rocco Palese e al direttore del dipartimento Vito Montanaro perché molti impegni presi sono stati disattesi».

Il riferimento è alla delibera 1293 del 20 settembre e alla 1490 del 28 ottobre (poi ulteriormente modificata), adottate senza alcuna consultazione né partecipazione del privato accreditato. Il consiglio direttivo ha toccato anche il tasto dolente degli accreditamenti. Un processo burocratico che sembra non avere mai fine.

«Su circa 200 strutture – ricorda Fabio Margilio, vicepresidente Aiop Puglia – il percorso si è concluso per meno di dieci. La motivazione è l”impegno richiesto dal Covid, ma sei anni è un tempo davvero inaccettabile per completare l”iter di accreditamento e rispettare i Livelli essenziali di assistenza».

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