Migrazioni: ovvero il problema che non si vuol risolvere

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Mai sentito parlare di una qualsiasi cura senza prima una diagnosi. O un problema che si voglia veramente risolvere senza un’analisi puntuale di tutti gli elementi che lo hanno innescato e lo rendono di fatto insoluto. È quello che invece avviene e continua ad avvenire, in un traccheggio senza fine e rimbalzi di responsabilità, con l’immigrazione. Tema quanto mai complesso e dibattuto come quello, giusto per fare un esempio recente e sempre a nostro avviso, del Covid: la pandemia costata non si quante vittime in più, prima che si affrontasse questa malattia anche alla luce di un’analisi scientifico-medica indipendente (a lungo restata caparbiamente inascoltata) che, cambiandone approccio e protocolli di cura, ha salvato e sta salvando ora molte altre vite umane.  Come potrebbe avvenire con le tante migrazioni in atto, o pure con la guerra in Ucraina volendolo, se solo si affrontassero queste crisi, tutte le crisi, avendo il coraggio di cercare la verità per la verità, al di fuori di qualsivoglia ideologia o calcolo di consenso, e senza risparmiarsi nulla.

Nel caso specifico, non risparmiandosi la lettura delle quasi 500 pagine della ricerca sistematica, secondo un metodo consolidato di comparative history, con cui la plurititolata e autorevole ricercatrice Kelly M. Greenhill pone in ben altra luce, e in realistica chiave di interpretazione geopolitica, le migrazioni: passando in rassegna e approfondendo ben circa 50 casi (da Cuba al Kossovo, da Haiti alla Corea fino a Gheddafi) riesce infatti a dimostrare che, al di là delle ideologie, i grandi flussi migratori e i grandi numeri di rifugiati sono, soprattutto per le deboli democrazie occidentali, un’arma di ricatto e uno strumento di destabilizzazione gestito da realtà politiche per perseguire i propri esclusivi interessi. Non a caso un titolo “Armi di migrazione di massa – Deportazione, coercizione e politica estera” che già da solo doveva farne un best seller o quantomeno un libro di riferimento, se non una base utile per una qualsiasi discussione che volesse approfondire il tema a 360°.

Eccoci invece a una pletora di intellettuali che imperversa su tutti media, anche in accese diatribe, come se questo saggio, attualissimo tuttora per il suo paradigma senza sconti perfettamente applicabile al presente, non esistesse o non fosse stato mai editato. E in effetti, quasi un Fahrenheit 451 senza roghi, la strategia del silenzio su questo titolo, che più esplicito non si può, ha funzionato così alla grande che tuttora non emerge in nessuna discussione o dibattito il punto di vista proposto dalla M. Greenhill, ma ineludibile per poter fare chiarezza e cercare soluzioni a questo problema globale, considerando le implicazioni e l’impatto che le migrazioni hanno sulle economie e sulla vita di tutti i Paesi del Mondo. Ed eccoci pure al punto dolente, soprattutto per le grandi democrazie occidentali, di una Politica interna ed estera ingessata e litigiosa, perché costretta ad uno slalom forzato tra una non negazione dei princìpi ideali dell’Umanità e la Realpolitik per quella che, piaccia o non piaccia, è.

Un sasso nello stagno, dunque, la posizione assunta dal nostro Governo e da Giorgia Meloni quando, difendendo i legittimi interessi del nostro Paese, ha posto sul tavolo internazionale il problema dei migranti a vario titolo, e della loro distribuzione, scatenando però un mare di polemiche, spesso strumentali, sia in patria che all’estero.  Come se questo problema fosse solo italiano, con una destabilizzata e popolosissima Africa di fronte che, in cerca di miglior fortuna, vorrebbe riversarsi, se solo potesse, nella “ricca” Europa. Un’Europa che, almeno per come l’avevano sognata i suoi Padri Fondatori, evidentemente non c’è, come hanno dimostrato gli ultimi episodi e le posizioni “sovraniste” assunte dai vari Stati membri. Un’Europa che sembra non aver ancora capito che, se libera da ingerenze esterne e veramente unita, sarebbe davvero il più ricco, oltre che più importante continente del Mondo. Un ruolo, tra migrazioni e la frattura tra Ovest ed Est ad opera della guerra in Ucraina, che si sta giocando sulla sua pelle (e non solo) accettando quasi supinamente il nuovo ordine mondiale in nuce che sta disegnando il più fosco degli scenari futuri possibili: da una guerra nucleare a un conflitto sospeso o senza fine, con tanto di altri nuovi esodi all’orizzonte.

Quanto invece si potrebbe scongiurare se solo l’Europa rialzasse la testa, come stanno verosimilmente cercando ora di fare la Meloni e l’Italia, per far sentire tutto il suo peso, con tutta l’autorevolezza che le è dovuta per posizione Storia e come patria della Cristianità, facendosi protagonista di un processo di Pace che solo da qui è credibilmente fattibile avviare. Anche perché, volere o volare, almeno finora e non solo geograficamente, la Russia è sì ad Est, ma ancora e a tutti gli effetti parte del Vecchio Continente. Quello che, neppure così esteso, è veramente in pericolo e che, 8 miliardi di esseri viventi sulla Terra (e mentre si sta pensando addirittura di colonizzare lo spazio per far posto alla popolazione mondiale in crescita) non riesce ancora a trovare una soluzione per difendere i suoi confini, con il rischio concreto che la profezia di Oriana Fallaci si avveri. Ciò che, peraltro, un male interpretato senso dell’Umanità sta rendendo possibile, con buona pace della Pace e annullando tutti i migliori valori identitari dell’Italia e di quell’Europa che, al di fuori di ogni ipocrisia, va quantomeno ridisegnata.

Enrico Tedeschi (con la collaborazione di Giorgia Lecce Coccia)

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