A Hollywood: la guerra dei mondi a causa dell’intelligenza artificiale

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Quello che sta succedendo a Hollywood è molto di più di uno sciopero sindacale. Nella mecca del cinema si sta combattendo la prima, grande battaglia fra gli esseri umani e l’intelligenza artificiale.

Gli scioperi in corso in realtà sono due : quello degli attori professionisti (SAG, o Screen Actors Guild) e quello degli sceneggiatori professionisti (WGA, Writers Guild of America). Le motivazioni sono diverse, ma il nemico è lo stesso: la AMPTP (Alliance of Motion Picture and Television Producers), ovvero i grandi studios di Hollywood, che stanno puntando tutto sull’intelligenza artificiale, per ridurre drasticamente i loro costi di produzione.

Partiamo dagli attori. La loro paura non è tanto quella di essere “rimpiazzati” integralmente da animazioni fatte al computer – fortunatamente, almeno fino ad oggi, la resa recitativa di un personaggio creato dal computer è decisamente più bassa di quella di un umano: la gamma di espressioni facciali è limitata, e un “attore” digitale, con il suo sguardo vuoto e meccanico, non riesce certo a produrre le stesse emozioni che riesce a comunicare un umano. Ma la paura degli attori è quella della acquisizione dei diritti alla propria immagine, che gli studios vorrebbero poter digitalizzare, comprare e possedere per sempre.

Il primo ad imbattersi in questo problema fu l’attore cinese Jet Li, una leggenda delle arti marziali, nel lontano 2002. Quando i produttori di Matrix Reloaded gli offrirono la parte di Seraph, nel sequel che stavano preparando, gli chiesero anche di fare una lunga serie di sessioni di “motion capture”, ovvero di catturare al computer tutte le sue mosse di combattimento. Dopodichè, i produttori pretendevano di diventare “possessori a vita” di quelle mosse, per poterle replicare digitalmente ovunque volessero (in altri film, con altri attori).

Jet Li si rifiutò di cedere i diritti della sua arte, e decise di non partecipare al film. L’attore cinese aveva visto lontano: il problema della motion capture infatti si ripropone oggi su larga scala, ed è diventato l’oggetto del contendere fra attori e produttori: gli studios vorrebbero che un qualunque attore partecipasse ad una semplice sessione di riprese in motion capture, venendo pagato per una sola giornata, dopodichè i diritti di utilizzo della sua immagine (la sua faccia) resterebbero di proprietà esclusiva dei produttori, per sempre.

In altre parole, un attore si presenta in studio per una giornata, viene ripreso in tutte le angolazioni possibili, e poi rischia di vedere la sua immagine replicata in mille film diversi, senza incassare più nemmeno un dollaro. (Stiamo parlando dei cosiddetti ‘background actors’, cioè le comparse. Per ora gli attori protagonisti non sono inclusi in questa discussione). Ma è chiaro che con una ventina di comparse pagate un giorno solo, gli studios potrebbero poi ricreare interi eserciti di persone che compaiono all’infinito in dozzine di film diversi. A sua volta, la comparsa che avesse “venduto” il suo volto a una certa casa di produzione, farebbe molta fatica a trovare un ruolo qualunque in produzioni concorrenti.

Un altro aspetto della diatriba, che riguarda invece gli attori protagonisti, è il diritto di replicare la loro voce tramite computer. Gli studios infatti vorrebbero avere la possibilità di “clonare” la voce dell’attore (tramite intelligenza artificiale), per poi fargli dire battute aggiuntive che lui sul set non ha mai recitato. Anche questo, ovviamente, comportebebbe un risparmio enorme per gli studios, che magari da mezz’ora di inquadrature di un attore poi possono tirarne fuori tre ore di dialogo diverso da quello recitato inizialmente. Questa pratica comporterebbe inoltre la perdita del controllo della propria creatività da parte dell’attore. (Chi si fida della IA per farti dire nel modo giusto le parole “Ti amo”? E se “reciti male” per colpa del computer, poi chi ti prende per fare un altro film?)

Questi sono i problemi principali che assillano gli attori, con l’entrata in scena dell’intelligenza artificiale. Ma per gli sceneggiatori la situazione è ancora più complessa, perchè qui entra in gioco il famoso diritto d’autore – ovvero la proprietà letteraria – che è la chiave su cui si basa l’intera industria cinematografica.

Fino a ieri, se ad uno sceneggiatore veniva in mente un’idea brillante per un film, lui scriveva la sceneggiatura, la depositava presso la WGA, e da quel giorno quell’idea era sua: poteva venderla, ovviamente, ma gli restava comunque il diritto di essere riconosciuto come autore originale nei titoli di coda del film.

Ma cosa succederebbe, nel momento in cui l’idea per un racconto cinematografico venisse generata direttamente da ChatGPT? Ora, è evidente che, da sola, l’intelligenza artificiale non potrebbe mai sputare fuori una sceneggiatura fatta e finita (fortunatamente, l’intervento umano nella scrittura creativa è ancora indispensabile). Ma potrebbe comunque generare una storyline (cioè una “trama generica”) che verrebbe poi passata agli umani per essere migliorata, ripulita e resa credibile al 100%.

Ma questo ridurrebbe il ruolo dello sceneggiatore a quello di un semplice correttore di bozze. Lo stesso sceneggiatore quindi si ritroverebbe – nella migliore delle ipotesi – a dover condividere i titoli di coda con una macchina. E se poi quella sceneggiatura vince l’Oscar, chi va a ritirarlo? L’uomo, o la macchina? Ma soprattutto, se il ruolo dello sceneggiatore diventa quello di un semplice correttore di bozze, è chiaro che anche il suo stipendio è destinato a calare di pari misura.

Tutti questi poblemi angosciano la comunità creativa di Hollywood, che rischia di veder vanificati a favore delle macchine anni e anni di duro lavoro per imparare il mestiere, sia esso quello di attore oppure di sceneggiatore.

Ma la cosa più preoccupante, è che gli studios non hanno la minima intenzione di sedersi ad un tavolo per trattare con la SAG e la WGA. Hanno già detto chiaramente che “il tempo è dalla loro parte”, e che gli artisti del cinema “dovranno rassegnarsi ad accettare il progresso e l’evoluzione della società”.

Certo, quando “il progresso e l’evoluzione della società” gli permettono di risparmiare milionate di dollari, allora va bene. Se invece, una volta tanto, per evoluzione della società si intendesse un qualunque progresso nel campo dei diritti umani, allora state sicuri che avrebbero da ridire.

Massimo Mazzucco

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