La Cassazione sulle retribuzioni

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 La Cassazione ha fatto  presente come in materia di adeguatezza dei salari non si può non tenere conto, ad esempio, della Direttiva Eu 2022/2041 del 19 ottobre 2022 che ha come “primo obiettivo dichiarato” quello della “convergenza sociale verso l’alto dei salari minimi” che “contribuiscono a sostenere la domanda interna”, e i livelli minimi devono essere “adeguati” per conseguire “condizioni di vita e di lavoro dignitose”.
Inoltre i supremi giudici sottolineano che “nessuna tipologia contrattuale può ritenersi sottratta alla verifica giudiziale di conformità ai requisiti sostanziali stabiliti dalla Costituzione che hanno ovviamente un valore gerarchicamente sovraordinato nell’ordinamento”.
Tra gli strumenti per effettuare la verifica, la Cassazione cita il paniere Istat, l’importo della Naspi o della Cig, la soglia di reddito per l’accesso alla pensione di inabilità e l’importo del reddito di cittadinanza, avvertendo però che sono tutte forme di sostegno al reddito che garantiscono una “mera sopravvivenza” ma non sono “idonei a sostenere il giudizio di sufficienza e proporzionalità della retribuzione” nel senso indicato dalla Costituzione e dalla Ue. Adesso la Corte di Appello deve adeguarsi a questi principi dal momento che “il giudice può motivatamente discostarsi” dai parametri della contrattazione collettiva nazionale di categoria quando entrino in contrasto con l’art. 36 della Costituzione, e “servirsi a fini parametrici del trattamento retributivo stabilito in altri contratti di categoria di settori affini o per mansioni analoghe”.   Questo apprendiamo da: https://finanza.repubblica.it/News/2023/10/03/salario_minimo_cassazione_se_e_povero_andare_oltre_i_ccnl_-187/
…e le sinistre si affannano a tirare l’acqua al loro mulino di salario minimo unico per tutti i lavori. In realtà la Cassazione sembra voler ridimensionare drasticamente il ruolo dei CCNL che non sono più l’invalicabile limite retributivo non superabile. In realtà ridimensionando il ruolo dei CCNL la Cassazione ha ridimensionato drasticamente il ruolo “istituzionale” che il sindacato si è attribuito stabilendo un principio di “buon senso” ma anche sancito costituzionalmente per il quale il salario deve essere dignitoso e quindi non è detto che debba essere superiore a quello sancito dalla contrattazione collettiva vista la abissale differenza del costo della vita nelle varie parti del Paese. Quindi o la suprema Corte è talmente invasata di idee di sinistra da non essersi accorta che citando espressamente gli indici Istat sul costo della vita ha aperto al ribasso la revisione dei salari e la indicazione di un salario adeguato in alcune aree del Paese (che saranno sempre più numerose nel prossimo futuro), oppure sa perfettamente quello che sancisce e, come noi crediamo, invita il governo a restituire un minimo di istituzionalità e credibilità agli indici statistici e quindi invita ad indicare un salario minimo (che non dice, da quanto reso pubblico ad oggi, che debba essere nazionale e quindi riteniamo debba essere calcolato su base provinciale) calcolato sul costo della vita che è diversissimo per ogni provincia italiana…prescindendo ovviamente dai CCNL. Stabilire, al contrario, la unicità nazionale del salario minimo “vitale” (come si diceva una volta) o dignitoso (come si dice oggi) significa arricchire coloro che lavorano nelle zone meno agiate a danno delle imprese e degli enti pubblici ivi ubicati che non possono pagare quelle retribuzioni condannando quelle aree alla eterna povertà e alla mancanza di offerta di lavoro. Cosa che non è certamente “giusta”. Quindi una sentenza storica sul piano politico proprio per aver detto autorevolmente anche se forse inconsapevolmente che il ruolo del sindacato nella contrattazione collettiva -pur importante- non può essere considerato il “vangelo” nel mondo del lavoro. Né il CCNL ha forza di legge. Inoltre esiste un secondo punto non meno importante che è molto empirico e che indica concretamente la strada da percorrere (forse un po’ sostituendosi o, meglio, ispirando la politica) per una regolamentazione più giusta dell’intero fondamentale comparto; e se ha da essere giusta la regolamentazione auspicata non può essere unica nazionale. Naturalmente i supremi giudici si sono astenuti dal sostituirsi al legislatore nella indicazione esplicita del salario minimo e del modo per calcolarlo per non tracimare in un campo che non gli compete ma non può pensarsi che il salario minimo oltre alla differenziazione territoriale non debba tenere presente la differenza tra grande impresa e piccola. Non c’è che dire: una gatta da pelare enorme per un governo che fino ad oggi non è sembrato brillante in fatto di idee e competenze innovative. Purtroppo l’intero settore lavoristico è minacciato da altre spade di Damocle ben più pericolose: l’afflusso di migranti scarsamente preparati ai lavori moderni che intendono stabilirsi in Italia e in Europa porta inevitabilmente alla compressione dei salari in tutte le attività meno specializzate. Ma non basta: lo sviluppo delle tecnologie porta inevitabilmente a comprimere drasticamente i salari nei lavori di alta specializzazione per via della riduzione di offerta di lavoro. Entrambi questi fenomeni così entusiasticamente sostenuti dalla sinistra portano alla compressione dei salari che non potrà essere contrastata con alcun provvedimento governativo pur ben ispirato come quelli evocati dalla Corte. Né vale promettere un futuro radioso dopo un inevitabile periodo di vacche magre: di promesse abbiamo riempito le fosse. Quindi la questione è apertissima e visto l’andamento della congiuntura…promette solo una gran burrasca! CANIO TRIONE

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