L’ultimo libro di Johann Lerchenwald: la traduzione inglese del suo romanzo su Hitler

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È certo strano quel che avviene con le pubblicazioni su Adolf Hitler che con bella regolarità compaiono sul mercato da decenni. È la personalità di quest’uomo tanto atta a interessare e a dare ali all’immaginazione da far sì che la sua vita si presti ad essere raccontata da sempre nuove angolazioni? A quanto pare no, perché in tutti questi libri, spesso alquanto ponderosi, Hitler ci viene  presentato in una sola e unica  maniera: come un essere limitato, rigurgitante di odio e di fanatismo, ossessionato da poche idee fisse nelle quali persevera con ostinazione sino alla fine. E così il personaggio stereotipato che si delinea rischia ogni volta di naufragare in una pletora di fatti storici più o meno esatti e conosciuti.

Perché, allora, l’attenzione per queste storie rimasticate del Führer e del Terzo Reich non è mai stanca? La causa di tale curioso fenomeno non può che essere la seguente: la critica e il pubblico sono ancora in attesa di scoprire finalmente chi sia stato davvero quest’uomo, fino ai trent’anni del tutto inappariscente, e come sia riuscito a far ballare al suo piffero una nazione provvista di una mirabile tradizione culturale e di un solido apparato statale.

Sul principio del terzo millennio, Ian Kershaw ha preteso di fornirci la soluzione definitiva dell’enigma con le oltre 2300 pagine del suo tomo in due parti. Ma purtroppo anch’egli, come tanti altri esperti ufficiali, o autoproclamatisi tali, prima e dopo di lui, non ha mantenuto la promessa.

Le ragioni di questo insistere sempre sullo stesso tasto di scrittori e studiosi non sono in realtà difficili da individuare. Fin dall’inizio Hitler è stato identificato con le atrocità della guerra e dei campi di sterminio. Quello che era successo sembrava troppo enorme e inconcepibile per non essere attribuito in toto a lui. E poiché non si sapeva quasi nulla sulle sue origini, si ricorreva con faciloneria al “Mein Kampf” e alle dichiarazioni pubbliche per conferire un po’ di colore alla sua figura. Quanto poi si è aggiunto nel corso del tempo è  stato sempre interpretato in base all’immagine una volta per tutte stabilita o è rimasto incoerente accessorio.

Il mito del Führer continuò quindi a vivere e a perpetuarsi anche dopo la sconfitta, sebbene ora con una connotazione negativa. E su quanto i Tedeschi avessero avuto a che fare con il Nazionalsocialismo si poteva discutere all’infinito. D’altronde, era sufficiente che si pentissero pubblicamente. In privato, ognuno poteva pensare ciò che voleva…

Con tutta l’insistenza sui cliché scarsamente significativi del miserabile agitatore e demagogo, che conduce un deplorevole e accecato popolo alla rovina, non c’è dubbio che la Storia tedesca, e non solo questa, avrebbe avuto, senza la non-persona, come lo definisce compiaciuto Joachim Fest, tutto un altro corso. E in fondo ognuno sa che non è molto produttivo demonizzare continuamente il mostro impenetrabile, sminuire sprezzantemente il dominatore onnipotente e addossare a lui tutte le colpe.

 Non è un segreto che Hitler fosse un fenomenale, spudorato bugiardo. Ma questo non era un segno di debolezza o un tratto compulsivo del suo carattere. Piuttosto, la menzogna era per lui  puro mezzo per raggiungere un fine, mezzo che a parte tutto funzionava a meraviglia. Fino alla presa del potere, infatti, era capace di giurare con la massima sacralità di volersi attenere alle regole in vigore, e fino allo scoppio della guerra di assicurare di adoprarsi solo per la pace, cose entrambe che vennero credute ciecamente.

Parallelamente, di tanto in tanto lasciava cadere verità incontestabili. E una di queste, che il seduttore,  divenuto già ateo in gioventù, amava gridare alle sue platèe, suonava così: “Il miracolo, se di miracolo vogliamo parlare, consiste unicamente nel fatto che io abbia trovato i Tedeschi e loro abbiano trovato me.”

Per quanto una simile affermazione possa scandalizzare, centra però il cuore del problema, ed è da qui che dobbiamo partire, se vogliamo fare un po’ di luce su questa inquietante materia. E poiché Hitler, nella perniciosa interazione tra dittatore e popolo, rappresentò innegabilmente la forza trainante, dovremmo finalmente tentare di avvicinarlo senza pregiudizi, cioè di vederlo come un uomo e non liquidarlo semplicemente come un ridicolo buffone; come un uomo con una biografia comprensibile alle spalle, un uomo con le sue gioie e le sue paure, le sue aspirazioni e le sue delusioni, la sua autostima e le sue insicurezze, per il quale, dopo anni di disperazione, in cui sentiva di essere schiacciato da un immutabile destino, si apre improvvisamente un’insperata via d’uscita.

Persino Adolf venne al mondo senza macchia, questo nessuno potrà metterlo in dubbio. E, stando a quanto dichiarò nel 1941 il medico di famiglia ebreo dall’esilio, era un bambino sensibile e intelligente, rispettoso e cortese, che mostrava un amore forte, ma per nulla morboso, per la madre, come il dottor Bloch non aveva mai osservato in nessun altro ragazzo. Da altre fonti  si apprende che anche in seguito, fino all’adesione al Partito Operaio Tedesco, non si distinse per cattive inclinazioni o abitudini.  

È evidente che in lui covasse un’ambizione smisurata, che già all’adolescente faceva sognare grandi imprese e successi, ma fino al suo trentesimo anniversario rimase allo stadio di una vaga fantasticheria. Fino a quel momento alcuna predisposizione alla violenza e precisa ideologia improntarono la vita quotidiana del solitario privo di prospettive. E Thomas Mann, pur esprimendo nel saggio “Bruder Hitler” disgusto per il triste individuo, non poté fare a meno di riconoscergli le qualità che sogliono contraddistinguere l’artista.

Eppure, se  quell’individuo avesse potuto realizzare le sue aspirazioni e diventare pittore, non un grande pittore, visto il suo talento limitato, ma comunque un pittore, quanti crimini sarebbero stati risparmiati al mondo!

Com’è risaputo, nel 1914, insieme a milioni di altri, fu dirottato al fronte e sperimentò la cinica indifferenza con cui i soldati venivano mandati a morire. Certo, fu abbastanza accorto da assicurarsi in breve tempo una sopravvivenza relativamente privilegiata in qualità di staffetta nel personale ausiliario del suo Quartier generale reggimentale, lontano dalle macabre trincèe e dalle truppe combattenti. Ciononostante, non gli mancarono le occasioni per constatare con i propri occhi di cosa fossero capaci gli uomini.

Anche queste esperienze, tuttavia, non gli dischiusero nuovi orizzonti né fedi. Come prima della guerra senza prospettive di integrazione nella società, dopo la capitolazione si aggrappò dapprincipio alla caserma, mentre fuori lo attendeva una realtà di estrema indigenza, di fame e non avrebbe avuto nemmeno un miserabile tetto sotto cui ripararsi. E se la sua sorprendente perspicacia non gli avesse fatto intuire, nel momento decisivo, quali opportunità gli offriva la Germania, avrebbe potuto mettere fine di mano propria  alla sua vita  o ridursi a uno scorbutico barbone, ma non sarebbe mai passato alla Storia mondiale come una figura fatale.

Ciò che  d’ora in avanti fa e ottiene, può essere spiegato solo con questa indefinita situazione di partenza. Infatti, non ci sono in lui convinzioni maturate nei tre decenni precedenti, non c’è una visione del mondo alimentata da un complesso d’inferiorità e da un sentimento di vendetta, nemmeno un odio profondamente radicato per gli Ebrei, e tutto il suo pensiero e le sue azioni si basano esclusivamente sul calcolo. All’interno di questo cinismo senza scrupoli, tuttavia, i Tedeschi, e la loro idealizzazione da parte di  molti Europei, giocano un ruolo essenziale…

 Da un approccio così poco ortodosso alla delicata materia può certamente emanare qualcosa d’inquietante. E a  taluni l’umanizzazione di questo moderno Simbolo del Male potrà addirittura apparire come un’assoluzione da ogni colpa. Il che è, ovviamente, assurdo.

Non è facile scrollarsi di dosso le opinioni radicate. E nel nostro Paese si aggiunge anche il fatto che in ogni piccolissima scossa agli equilibri sanciti si fiuta un accrescimento del già insopportabile peso dell’espiazione. Per questo non sorprende che i principali esponenti dei media  si siano finti sordi e ciechi, allorché il libro è stato loro proposto per una recensione. Tanto più rallegranti sono state le reazioni positive, a volte entusiastiche, dei lettori, che hanno testimoniato quanto sentito fosse il bisogno di un diradamento delle nebbie.

In Italia, diversi rinomati personaggi della Cultura, come il celebre conduttore televisivo Corrado Augias, il filosofo ed ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari, il giornalista e comproprietario del gruppo FIAT Alain Elkann o l’autore di una monumentale biografia di Mussolini Antonio Scurati, hanno manifestato interesse e si sono fatti inviare una copia di “H – Come Hitler vedeva i suoi Tedeschi” (Editoriale Jouvence). Ma alla fine anche loro non hanno avuto l’equanimità o il coraggio per una presa di posizione pubblica.

Lo storico Franco Cardini, che ha scritto l’introduzione all’edizione italiana, ha osservato una volta, nel corso del pur vivace dibattito sul libro: “Su Hitler si è impiantata una sorta di teologia e di metafisica della storia: modificare un tantino il giudizio si può, ma solo per appesantirlo. Altrimenti s’incorre in una scomunica civile.”

E se la distruzione della sua leggenda aiutasse i Tedeschi a guardare finalmente in faccia la realtà, questo potrebbe solo significare la liberazione da un incubo tramandatosi per generazioni.

Probabilmente è così. Eppure sono fiducioso che, al più tardi con l’edizione inglese, che dovrebbe sperabilmente seguire tra non molto, le dighe si romperanno. È da tempo che si attende un confronto serio con Hitler, che era sì un uomo subdolo, ma per nulla imperscrutabile. E se la distruzione della sua leggenda aiutasse i Tedeschi a guardare finalmente in faccia la realtà, questo potrebbe solo significare la liberazione da un incubo tramandatosi per generazioni. Delle nuove opere sul diabolico Adi di Braunau, divenute così superflue, nessuno dovrebbe poi sentire più la mancanza.

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