Il banco di Napoli

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Quando il 21 dicembre del 2007 Renzo Arbore (da Foggia) assieme ad un plotone di musicanti tra i quali molti mandolinari napoletani davanti al duomo di Milano accendevano il cuore di migliaia di milanesi con le canzoni classiche napoletane, scoppiò un caso molto serio. Immediatamente molti maitre a penser nordici sbiancati dal successo travolgente di tali musiche hanno cominciato a trovare inopportuno tale concerto. Non pensavano che i loro condizionamenti mediatici potessero volatilizzarsi in poche ore e scomparire completamente e in maniera così semplice. Quel successo sanciva la forza delle identità di gran lunga maggiore degli internazionalismi equalizzatori. Infatti un evento del genere non si è più ripetuto e quando se ne è fatto uno a Roma in Piazza del Popolo si è visibilmente percepita l’influenza “italiana” nel moderare la prorompente forza di tali melodie meridionali con esplicito pietoso comizio di certo Walter Veltroni inteso a sottolineare la periferialità della napoletanità rispetto alla italianità.

 

Non solo, adesso i cantanti neo melodici per ciò stesso sono visti con sospetto.

 

Cosa non andava? La irresistibile forza della maggiore identità di tutta l’Italia, quella napoletana, che sembra sia stato decretato -non si sa dove e da chi- che “non deve esistere”. Questo è il diktat che è arrivato alto e forte.

 

È evidente il ruolo delle sinistre che da secoli predicano la uguaglianza e la internazionalità che altro non sono che due sonore e solenni imbecillità di sedicenti filosofi privi di personalità e forti di una autoreferenziale razionalità fine a se stessa.

 

In questo contesto ogni tanto riemerge la questione Banco di Napoli. Come il fuoco sotto la cenere periodicamente lo sentiamo riaffiorare con pesanti rancori che sembravano consegnati alla storia.

 

I meridionali, si sa, non sono dei venali anzi, la loro è una finanza che spesso è stata definita allegra, ma questa faccenda dello scippo del Banco di NAPOLI sta maledettamente impattando con la identità meridionale.

 

Qualcuno spreca tempo e competenze per rappresentare quei fatti di vent’anni fa. Sono quelli che pensano che non si possa fare più nulla e quindi si rifugiano nella comoda condizione degli storici.

 

Altri invece chiedono un “ristoro” per i risparmiatori che hanno perso tutto. Sono i medicanti di professione che esprimono in questo modo un primitivo sentimento popolare ma è un ristoro che lascia tutto così com’è salvo a rimediare un piatto di lenticchie e tirare a campare..

 

Altri ancora fanno conti o elaborano ipotesi di complotti contro i meridionali.

 

Le classi dirigenti napoletane non hanno capito quale sia la posta in gioco e quindi attendono..

 

Alcuni invece si chiedono come sarà il futuro del Mezzogiorno senza un sistema bancario all’altezza delle nostre potenzialità. E senza credito la nostra identità non potrà rappresentarsi nè nei beni di consumo ma anche nella cultura, nelle analisi, negli studi, nelle università ormai allo sbando,…E CI SI CHIEDE SE QUESTO NON SIA L’OBIETTIVO VERO DELLA POLITICA ITALIANA: SUD COME SERBATOIO DI BRACCIA DA UTILIZZARE IN POGNI PARTE DEL MONDO O PIU’ COMODAMENTE SUL NOSTRO STESSO TERRITORIO OSPITANDO LE IMPRESE ESTERE (quando si dice di attrarre capitali esteri ad insediarsi qui magari nelle Zes); ma mai soggetto con una cultura ed identità.

 

Al Ministero sanno di queste pulsioni e immediatamente hanno organizzato una “Banca del Sud” che almeno per il momento si pensa debba essere di capitale pubblico. È l’ennesimo imbroglio a nostro danno. Dopo aver spogliato gli azionisti del Banco Napoli e della popolare di Bari (ma non dobbiamo dimenticare la barese Banca Nazionale dell’Agricoltura, le banche del Salento, quelle siciliane,..) adesso ci vogliono prendere per il naso offrendoci… un nome, cioè un simbolo vuoto peraltro attribuito ad una banca di stato!?! E gli attivi delle nostre banche che fine hanno fatto? Le proprietà immobiliari, le opere d’arte, i crediti, il know how, il marchio, la credibilità, l’avviamento,..come un’orda di barbari hanno distrutto tutto apparentemente per rendere impossibile la rinascita di una banca meridionale.  E se mai ne deve fare una la si fa a stretto controllo pubblico…evidentemente perché il sud una banca non la deve avere!

 

Ed è proprio questo il punto: una banca del Sud deve essere dei meridionali, gestita con metodo meridionale, sbocco del risparmio locale, capillarmente presente in ogni angolo del sud.

 

È possibile? Certo! Sarà fatto? Mai!

 

Se la musica napoletana è per loro fumo negli occhi e gli fa paura…figuriamoci una banca!

 

CANIO TRIONE

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