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C’è brusio nei corridoi della scuola, siamo al cambio dell’ora ed i ragazzi riempiono gli spazi di passaggio, uscendo dalle aule con l’aria consumata dal respiro di venticinque adolescenti, un docente di materia ed uno di sostegno, a tacere dei riscaldamenti sparati a palla.

E’ un normale giorno di scuola di un mese invernale in uno delle migliaia di istituti superiori della Penisola. Arriva il docente dell’ora ed i ragazzi rientrano (malvolentieri) in classe, fuori fa freddo, ma c’è il sole.

Sarà la spiegazione di matematica o di epica, ma la noia inizia a serpeggiare e qualcuno riesce a tirare fuori lo smartphone, iniziando a chattare o navigare, mentre il professore sembra parlarsi addosso mentre scrive alla lavagna. I professori, una strana e variegata categoria professionale, dove c’è tutta l’italica umanità: l’appassionato, il narcisista, l’annoiato, il demotivato, il puntuale ed il preciso e via via tutta la possibile catalogazione dei vizi e difetti, virtù e devozioni riuniti tutti sotto lo stesso tetto.

Ne ho incontrati di dediti alla scuola, più che alla famiglia, saldamente convinti della loro missione di costruttori di civiltà, altri stancamente arroccati sulle proprie posizioni senza più voglia di aggiornarsi o dare di più di quanto meriterebbero generazioni di svogliati ed inconcludenti “capre”.

Ecco che qui si crea il caos primordiale, il vero scontro fra presente e futuro, la necessità di usare linguaggi fruibili per i più giovani abbandonando le arcaiche costruzioni sintattiche; anche se il vero problema è quello di accantonare ciò che non si può più utilizzare o modernizzare rispetto a nuove modalità di apprendimento.

Non è una scelta – come potrebbero pensare alcuni – fra la tipologia della scuola (classico, scientifico, professionale, ecc.) e la genericità dei programmi, ma una necessità di trasmettere saperi (anche antichi) con nuove modalità; se il latino o il greco non sono trattati come chiavi di lettura del mondo, nessuno vorrà approcciarsi al loro studio, proprio perchè si tratta di “lingue morte” che – invece – sono vivissime ed usate quotidianamente: extra, deficit, focus, curriculum, alter ego, gratis e così via potrei continuare a lungo sono parole latine e non neo-anglicismi; parimenti frasi dal greco antico sono usate molto spesso nella vita reale: conosci te stesso, tutto scorre, l’amore è il primo di tutti gli dei, salvaguardate il vostro diritto di pensare perchè pensare male è meglio di non pensare affatto; concetti filosofici della vita comune che si sono tramandati sino a noi anche – ma non solo – grazie allo studio del greco antico.

Tuttavia la scuola italiana è in crisi: bullismo, violenza, scarsa applicazione, mancanza di autorevolezza.

Il vero problema è la rottura dell’alleanza fra famiglia/genitori e scuola. Se sino a prima della rivoluzione studentesca del 1968 la scuola era certamente autoritaria, con il passare del tempo ha perso molto di quelle caratteristiche, senza diventare (mediamente) autorevole, il che significa che la figura sapienziale ha trovato altre identificazioni rispetto ai ragazzi, che si sono persi in un mare magnum di notizie senza una guida per comprenderle, censirle ed analizzarle. Il desiderio di un miglioramento della posizione sociale attraverso lo studio si è perso nei meandri rivoluzionari, come la meritocrazia, non utile alla classe politica dirigente che – però – ha avuto come effetto finale l’assoluta inconsistenza della preparazione scolastica degli ultimi anni. 

Dobbiamo, perciò, parlare di un vero genocidio culturale, attuato attraverso la delegittimazione della scuola e di coloro che ne fanno parte, incapaci – prima – di mantenere il prestigio sociale dell’insegnante e – poi – di riuscire a trasmettere un reale sapere, che non fosse figlio di programmi ministeriali poco elastici e redatti da soggetti orfani del 18 politico: la prova provata di ciò, la si legge nelle tracce ministeriali degli esami di maturità, spesso errate o sgrammaticate, non coerenti con la necessità di una verifica non formale della maturità, ma sostanziale e che (quindi) tenga conto della personalità dell’alunno, oltre che della sua preparazione scolastica. Chiamare tutte le scuole “licei” è stato un errore madornale, prodotto da una società mediocre e di mediocri politici, propugnatori di un egualitarismo che in natura non esiste.

La verità è che la scuola, così com’è, non soddisfa né chi ci lavora dentro, né chi ne usufruisce; persino il diritto allo studio sino ai 16 anni diventa un obbligo di chi vorrebbe lavorare ed un rallentamento di chi (invece) vorrebbe studiare: negli istituti professionali – che non fanno certamente un avviamento al lavoro – molti ragazzi vorrebbero solo arricchire il proprio bagaglio culturale per poi entrare in un mondo lavorativo basico; altri, invece, vorrebbero studiare materie afferenti il lavoro manuale meno specializzato; altri ancora vorrebbero una preparazione pratica per settori di lavoro minimali, ma remunerativi e ricercati. Come si può pensare di definirli “licei”: il Liceo viene fondato da Aristotele ad Atene nel 335 a.C., e si tratta di un’istituzione privata, non regolata né sovvenzionata dallo stato, che offre un’istruzione scientifica e filosofica di alto livello. Qui la chiave di volta. Se vogliamo un sapere di alto livello dobbiamo scegliere i docenti migliori e remunerarli come tali, lasciando a tutti gli altri la gestione delle scuole via via meno impegnative, per sé e per i ragazzi. Creare delle eccellenze in un mondo che necessità di questo, ad ogni livello, dando a chi non ne ha voglia o capacità una cultura di base, meno aulica e più fattiva. Oggi i mezzi per acquisire nozioni o conoscenze sono molteplici ed i ragazzi sanno usare quelli più dei libri, che sembrano oggetti antichi: solo chi apprezza il rito dello sfogliare un libro potrà utilizzarlo, tutti gli altri sono destinati – piaccia o non piaccia – ad altro che sia eccellenza. E per loro scelta, non per discriminazione.

ROCCO SUMA

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