Crolla prezzo grano, coltivatori vicini alla resa

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 “In quei 50 euro alla tonnellata che il grano duro ha perso da gennaio ad oggi c’è la sopravvivenza di tante aziende agricole bolognesi: giovedì scorso alla Borsa Merci, il nuovo crollo delle quotazioni dei cereali ha dato l’ennesimo colpo agli agricoltori che lavorano e investono in questo comparto cruciale della filiera agroalimentare, un crollo determinato dal massiccio ingresso di frumento da Paesi al di fuori dall’Unione Europea che stanno inaspettatamente sopravanzando la tradizionale origine dal Canada, in particolare Turchia e Russia. E’ urgente un intervento delle Istituzioni comunitarie e nazionali per garantire la tutela vitale del mercato interno ed evitare distorsioni sui mercati”.

La situazione, riassume insomma Marco Caliceti, vice-presidente di Confagricoltura Bologna, “è davvero allarmante” dopo l’ennesimo abbassamento del prezzo: una contrazione di altri 20 euro rispetto all’ultima quotazione. “Questo davanti a una sostanziale stabilità dei costi produttivi per gli agricoltori che sono aumentati sino a raggiungere livelli record nell’estate 2022, per poi assestarsi su valori elevati, senza particolari cali- argomenta il dirigente di Confagricoltura Bologna- e se a questo sommiamo che, per quasi tutta l’Italia, il 2023 è stata una delle peggiori annate produttive della storia recente, in termini di rese per ettaro e di qualità, dovuta al pessimo andamento meteo-climatico, ciò si traduce in una marginalità che si è andata via via annullando per diventare ormai negativa (costi di produzione agricoli superiori al fatturato). La fiducia degli operatori e la prospettiva di investimenti futuri sono ai minimi termini”. Si sta materializzando quindi “un contesto di mercato che potrebbe spingere i produttori di grano ad abbandonare questa coltura optando per altre scelte produttive, laddove possibile”.

Ma se davvero tanti coltivatori dicessero basta, si rischierebbe “di ridurre ulteriormente il tasso di auto-approvvigionamento dei cereali per il nostro Paese, che invece dovremmo in assoluto cercare di accrescere per evitare di dipendere eccessivamente dalle importazioni di materie prime strategiche, oltre a rischiare di compromettere i nostri comparti di eccellenza come la pasta 100% italiana”, avverte Caliceti, ricordando che già lo scorso anno è stato prodotto in Italia meno grano “e di conseguenza l’industria si è dovuta rifornire all’estero ancora di più”. Per Confagricoltura, “è ormai del tutto evidente l’assoluta e improcrastinabile necessità di introdurre meccanismi di salvaguardia dei prezzi delle derrate agricole strategiche come il frumento, e non solo, per metterle al riparo dall’eccessiva volatilità dei mercati, alimentata da importazioni di origini poco chiare -non dal punto di vista della sicurezza e salubrità in quanto il sistema dei controlli alla frontiera è presente, ma proprio perché non si capisce da dove venga prodotto a così basso costo- sotto forma di dumping commerciale vero e proprio. Chi trae vantaggio da questa congiuntura schizofrenica?

Non certo gli operatori tradizionali del settore, ma chi vive speculando su queste forti oscillazioni, che paiono essere anche strumenti di pressione geopolitica”. Certo è che “occorre una rapida presa di coscienza e correre ai ripari urgentemente, introducendo tempestivamente misure efficaci di salvaguardia per regolare l’importazione di cereali extra Ue, che tutelino il lavoro dei nostri agricoltori, e degli operatori della filiera italiana ed europea, che li difenda dalla volatilità dei prezzi conclude Caliceti- ma anche per non diventare eccessivamente dipendenti da altri per queste materie prime”.

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