25 aprile 1945. Festa della liberazione, per non dimenticare

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È festa nazionale, è festa di popolo, è la festa di tutti gli italiani che amano la pace, la libertà, la democrazia e la giustizia. È il giorno in cui, grazie alla Resistenza e alla lotta partigiana, con l’intervento e l’aiuto degli Alleati, l’Italia si liberò dal Nazifascismo e “riaprì con forza le porte alle passioni, alle speranze, agli ideali, agli entusiasmi di una partecipazione democratica alla vita del Paese. Quel 25 Aprile ebbe inizio un nuovo cammino sulla strada del Lavoro, posto come principio della nostra Costituzione e come strumento per la realizzazione della vita”.

Il 25 aprile gli italiani accolsero festosi l’arrivo dei carri armati americani. Il filosofo Norberto Bobbio, parlando nel 1957 ad uomini e donne della Resistenza, ebbe a dire: “Il giorno della Liberazione, un’esplosione di gioia si diffuse rapidamente in tutte le piazze, in tutte le vie, in tutte le case. Ci si guardava di nuovo negli occhi e si sorrideva. Ci si abbracciava per strada. Si sventolavano fazzoletti e bandiere. Le strade, nonostante gli ultimi cecchini sparassero dai tetti, si rianimavano. Non avevamo più segreti da nascondere. E si poteva ricominciare a sperare. Eravamo ridiventati uomini con un volto solo ed un’anima sola. Eravamo di nuovo completamente noi stessi. Ci sentivamo di nuovo uomini civili. Da oppressi eravamo ridiventati uomini liberi. Quel giorno abbiamo vissuto una tra le esperienze più belle che all’uomo sia dato di provare: il miracolo della libertà. Sono stati giorni felici; e, nonostante i lutti, i pericoli corsi, i morti attorno a noi e dietro di noi, furono tra i giorni più felici della nostra vita“. Ma perché tanta felicità ed entusiasmo? Sicuramente perché si ritornava a vivere e si respirava aria nuova e di libertà. Ma allora, per i giovani che non sanno o che sanno poco di quanto accaduto, vale la pena raccontare cosa sia stata la dittatura fascista.

Cominciamo col dire che il fascismo s‘impossessò del potere non con elezioni democratiche, ma con un atto di forza, con la “marcia su Roma“ di gerarchi fascisti e di camicie nere. Furono eliminate e vietate tutte le libertà ivi compresa quella di stampa. Fu istituita la Polizia politica chiamata Ovra che controllava la vita di tutti gli italiani. Fu impedita la libertà di parola e di associazione. Erano vietati gli assembramenti e la pubblicazione di giornali. Ai cattedratici universitari che non giuravano fedeltà al regime fascista veniva tolta la cattedra. Insomma, bisognava credere, obbedire e combattere. Chi si opponeva al regime veniva sottoposto a sevizie, torture e crudeltà orribili. Sistematico era il ricorso a spedizioni punitive ad opera di squadristi fascisti per “ammorbidire“ con manganellate, olio di ricino e purghe quanti remavano contro il fascismo e non si allineavano.

Per gli antifascisti di livello, quelli a cui “bisognava impedire di pensare“, come Antonio Gramsci, c’era il Tribunale Speciale che condannava gli stessi a carcere duro od al confino. Tra i nomi eccellenti ricordiamo in primis il concittadino Ing. Vincenzo Calace, i presidenti della Repubblica Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, Riccardo Bauer, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Ugo La Malfa, Tina Anselmi, Riccardo Lombardi, Nilde Iotti, Umberto Terracini, Gaetano Salvemini, Giuliano Vassalli, Ferruccio Parri e tanti, tanti altri non meno importanti. Sono stati tutti combattenti e martiri per la libertà e la democrazia. Tanti sono stati anche gli eccidi efferati commessi dal regime ai danni di valorosi oppositori fisicamente eliminati e sacrificati per i loro ideali. Alludiamo all’uccisione di Giacomo Matteotti, di cui il 10 giugno prossimo ricorre il centenario della morte, dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, di don Pietro Pappagallo, ucciso con altri 334 alle Fosse Ardeatine, di Bruno Buozzi, alle stragi di Marzabotto e di Sant’Anna di Stazzema, oltre a molti altri eroi.

Sciagurata fu, poi, l’entrata in guerra decisa dal duce Mussolini. Qualcuno ricorderà l’annuncio dato alla folla: “la dichiarazione di guerra è stata consegnata”. E ci fu ovazione da parte del popolo. Il conflitto si concluse in modo drammatico e con pesanti perdite di vite umane.

Raccapricciante e terrificante fu l’alleanza con il Terzo Reich di Hitler per le mostruosità compiute ai danni degli ebrei colpevoli solo di appartenere ad una “razza” inferiore rispetto a quella “pura“ ariana, ad avviso dei razzisti.

Per noi persone normali e di buon senso l’unica razza esistente è quella umana, non altre.

Purtroppo, la vituperata “razza ebraica“ fu perseguitata ed annientata in tutta Europa, fu depredata e “spogliata“ di ogni avere. Privata degli affetti più intimi, fu avviata ai campi di sterminio ed ai lager per poi essere soffocata nei forni crematori e nelle camere a gas come se fossero rifiuti. Frenetiche furono le rappresaglie ed i rastrellamenti realizzati, con l’apporto fattivo e la complicità dei fascisti, dai nazisti che con riti macabri ed orrori criminali portarono a termine quello che andò sotto il nome di Olocausto. D’altronde basta leggere la ristampa del Mein Kampf in uscita i giorni scorsi nelle librerie per avere un’idea esauriente e sconcertante del degradante ed orripilante fenomeno che tuttora turba le coscienze civili. La storia non dimenticherà mai scempi così aberranti.

È questa la ragione per la quale Liliana Segre, Edith Bruck, Modiano ed altri, sopravvissuti alla Shoah, nonostante la loro veneranda età, continuano a girare per le Scuole a parlare dell’immane sciagura che si abbatté sull’Italia ed il resto d’Europa durante l’occupazione Nazifascista.

Sono state compiute tirannie che non si possono mai dimenticare. Non c’è negazionismo che tenga. Vanno ricordate e fatte conoscere per aiutare i giovani ad orientarsi.

Dice Don Ciotti che “la memoria è importante, è fondamentale, se si vuole evitare che la storia non finisca nell’oblio, perché deve diventare impegno e responsabilità“. L’anzidetto messaggio è dedicato in particolare ai giovani “perché si tratta di costruire un mondo nuovo e, quindi, tocca a loro farlo. A volte l’inesperienza e la mancata formazione scolastica portano i giovani a preferire i regimi militari o leaders forti”.

Ecco perché “la festa del 25 aprile è un dovere morale e civile“, ha detto il Presidente Mattarella. Quindi, una festa di pace e di riflessione per ciò che è stato onde evitare che certe brutalità abbiano a ripetersi. “Quando vengono a mancare i testimoni, la memoria si raffredda“, ha scritto Primo Levi.

Il presidente americano Roosevelt dichiarò che “libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: non dimenticate“. Il seme fragile della memoria potrebbe determinare un abbassamento delle “difese immunitarie dei popoli”, per cui la stessa Edith Bruck un mesetto fa ci ha detto che “non basta mai parlarne“.

Difendiamo, pertanto, la nostra libertà e democrazia senza mai risparmiarci.

La libertà deve essere considerato un valore assoluto per noi tutti. Noi siamo convinti che le dittature non piacciono ad alcuno. Il Presidente Pertini nel discorso di insediamento al Quirinale dichiarò di fronte alle due camere unite: “se mi offrissero la più radicale delle riforme al prezzo della libertà, io la rifiuterei“. Su certi valori, quindi, “non c’è dibattito. Non c’è il contraddittorio. O si è fascisti o si è antifascisti“. Così hanno scritto in un volumetto gli autori Bertoldi e Cellini.

Possiamo affermare, pertanto, che il 25 aprile rappresenta la giornata del riscatto morale democratico del nostro Paese e della recuperata dignità dell’uomo.

Nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica Mattarella ha conferito la medaglia d’oro al merito civile dell’Associazione Nazionale ex Deportati nei campi nazisti “per essersi sempre distinta nella meritoria attività di difesa dei valori della Costituzione repubblicana e degli ideali della Resistenza al Nazifascismo, di conservazione della memoria storica di quanti sacrificarono con anni di carcere, di confino, di internamento la loro vita per amore della Patria e per restituire libertà e democrazia al popolo italiano.”

Finalmente, dopo ottant’anni di attività incessante degli ex deportati sopravvissuti, l’alto riconoscimento della Repubblica.

A quanti oggi continuano in modo rancoroso, bilioso e collerico ad avere atteggiamenti di acrimonia e di violenza verso chi esercita e crede nella democrazia e nella libertà non è fuori luogo ricordargli che mentre nella Germania post bellica si fecero i conti con il Nazismo con il processo di Norimberga che condannò a morte gli artefici di decisioni scellerate, in Italia, al contrario, fu avviata una fase di normalizzazione dei rapporti e la pacificazione voluta anche dagli Usa, per cui ci fu l’amnistia firmata da Togliatti. E oggi, nonostante il tempo decorso, si continua ancora a polemizzare ed a manifestare con inquietanti e deliranti gestualità quando sarebbe più bella ed utile una convivenza di pace e di civiltà, senza più odio e contrapposizioni.

Il “colpo di spugna“ evidentemente non è stato apprezzato. Non c’è stata gratitudine. La domanda viene spontanea: ma quando finirà questo conflitto?

È bello ricordare a noi tutti quanto disse Piero Calamandrei al Teatro Lirico di Milano il 28 febbraio 1954, in occasione del decennale della Resistenza:

“Il regime li può colpire, perseguitare, disperdere, ma non potrà mai avere ragione della loro opposizione, perché non si può estirpare un istinto morale. Consapevoli custodi, essi sanno che alla loro coscienza è affidata, per la speranza dell’avvenire, la tradizione del passato. Questa tradizione è nell’aspirazione perenne della nostra storia migliore, alla libertà ed alla giustizia, ragione ideale del nostro Risorgimento, ragione domani, ancora, della nostra storia, della storia del mondo“.

I democratici restino uniti nella lotta alle dittature. Più saremo e meglio sarà per le libertà e le democrazie del mondo. Il motto è: Non mollare! Avanti tutti insieme contro i fascismi di qualsiasi colore al canto di “Bella Ciao”.

Buona Festa di Liberazione.

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                                                                                                          Piero La Rossa

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