“E io pago! E io pago!”

Lo Stretto di Hormuz sulle cartine geografiche è insignificante: una minuscola lingua d’acqua che però ha un peso commerciale e geopolitico enorme. Solo nel 2025 su di esso sono transitati ogni giorno 20 milioni di barili di petrolio. Ma da esso dipende anche il trasporto del gas naturale liquefatto del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti. Ogni crisi con l’Iran produce effetti collaterali enormi: Hormuz non è solo un corso d’acqua, ma una leva geopolitica. Teheran controlla la parte superiore e, ogni volta che c’è un problema con gli Stati Uniti, causare i blocchi o i rallentamenti dei trasporti diventa un’azione di pressione politica enorme. Un’alternativa vera e propria non esiste: Arabia Saudita e Emirati dispongono di oleodotti che consentono di deviare una parte delle esportazioni, ma troppo poche per coprire il fabbisogno e soprattutto per equiparare la portata dello Stretto.

Per Paesi come Iraq, Kuwait, Qatar e Bahrain, invece, quella rotta rimane essenziale. Una chiusura prolungata avrebbe conseguenze immediate sull’offerta mondiale di energia. Si pensi solo che, alla fine del 2025, i flussi petroliferi di Hormuz superavano i 21 milioni di barili al giorno. Nei primi due trimestri di quest’anno il traffico è diminuito drasticamente facendo aumentare i prezzi alle stelle: a pagarne le conseguenze siamo noi, cittadini e imprese. La verità è che noi tutti stiamo pagando i risultati nefasti di questo scontro che pare, si sia arenato come le navi che attendono il permesso di proseguire nello Stretto.

Ma si dimentica un piccolo particolare che, tanto piccolo non è: l’Iran stesso paga le conseguenze della chiusura e dei rallentamenti. Circa l’ottanta per cento del petrolio che passa per il canale è diretto verso Cina e India. Non è più uno scontro capriccioso tra Usa e Iran, ma un terreno sul quale si intrecciano gli interessi delle più grandi economie mondiali, e c’è poco da scherzare.

È vero che per Teheran bloccare lo Stretto, permette di colpire gli avversari, ma colpisce anche se stesso, bloccando uno spazio minuscolo che collega alcune delle riserve energetiche maggiori del pianeta con i mercati internazionali. Perciò, anche il minimo disguido, crea danni economici enormi, anche agli iraniani stessi che, intanto, minano anche i rapporti con i loro alleati strategici.

È semplice: la minaccia della chiusura è più producente della chiusura vera e propria del canale ma, come direbbe Totò, intanto “Io pago!”.

 

Articolo di Giovanni Chiriatti