Una data da ricordare, quella del 4 settembre scorso a Bari. Dove, registrando «un consenso più alto di quello che aveva quando si è insediato», si è festeggiato «il primato del governo più longevo della storia della Repubblica italiana» (1.413 giorni, uno in più del Berlusconi II) e che, senza contare i 404 giorni che gli restano a fine mandato, è l’Esecutivo che segna il record assoluto di durata nella tormentata storia della nostra Repubblica che – ricordiamolo – dal 1946 ha registrato ben 68 governi diversi. E non tutti frutto della volontà popolare come questo e quelli a cui ha strappato il gradino più alto di un ipotetico podio: tutti governi di quel centrodestra di cui fu ideatore l’illuminato pugliese a cui è stata intitolata proprio la darsena scelta per ospitare l’evento di cui parliamo. E, doverosa nota storica, una darsena nel grande porto attrezzato voluto da un altro indimenticabile visionario, Araldo di Crollalanza: il ministro barese che, pur in una dittatura, riuscì a fare della sua città quella grandiosa “Porta d’Oriente dell’Italia” che, oggi anche meta turistica, ha davvero tutto per poter diventare la Capitale d’Europa nel Mediterraneo sul mare Adriatico.
Anche su brochure e manifesti dappertutto, e sotto la grande scritta «il Governo + stabile, l’Italia + forte» è con la regia del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato che si è tenuto questo appuntamento che definire storico non è esagerato. Al di là dei saluti e delle presentazioni dal palco, impossibile non sintetizzare l’intervento molto atteso e applaudito del vicepresidente della Commissione Europea Raffaele Fitto, ex ministro e governatore pugliese e ora punta di diamante in Europa dell’Italia, il quale citando «l’inestimabile valore della stabilità di questo governo che, pur muovendosi in un quadro complesso contrassegnato da due guerre, crisi energetiche e delle materie prime… ha, con i suoi risultati e in collaborazione con la Commissione Europea, raggiunto una credibilità internazionale che va verso un cambio di marcia fondamentale per costruire le prospettive future su cui stiamo lavorando». A seguire il suo, gli interventi di un altro apprezzato ex ministro e leader di Noi Moderati Maurizio Lupi e, da remoto sui maxischermi, quelli dei due vicepremier: il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani di Forza Italia e poi Matteo Salvini, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti della Lega.
Dulcis in fundo e di fronte al suo “popolo” convenuto da ogni parte d’Italia, è la “Giorgia” che tutti si aspettavano quella che, cifre alla mano sui risultati conseguiti dal governo da lei guidato, ci ha tenuto particolarmente a ribadire con forza che «la stabilità è la prima grande riforma che abbiamo fatto, e la nostra Nazione adesso è presa sul serio e può far valere il suo interesse». Anche un’ammissione che non tutto è stato perfetto e che «forse si sarebbe potuto anche fare di più, e a cambiare le cose comunque ci abbiamo provato» ha continuato col tono che tutti conoscono: «C’è ancora una lista di cose da fare, e le faremo nonostante il momento non facile in cui non ci è mancato niente, tra le guerre ancora in corso e i disastri naturali che ci sono piovuti addosso, ma grazie alla stabilità ce l’abbiamo fatta senza togliere risorse ma aumentandole e riducendo il debito che abbiamo». Fra un tripudio di applausi e bandiere la chiosa: «Ci sono giorni in cui mi è sembrato di nuotare nella colla, ma non ho mollato mai e non intendo farlo adesso. E a chi tenta di ostacolarci dico: mettetevi comodi, non avete capito con chi avete a che fare!».
Un «io non mollo» che la dice tutta sulla grinta e che dà l’esatta cifra di una Meloni che, motore e centro della coalizione, non è certo la persona che lascia agli altri le decisioni importanti. Difficile perciò credere che, per una manifestazione simbolo come questa, non sia stata proprio lei a scegliere Bari. E a decidere pure una celebrazione solenne che ricordasse Giuseppe Tatarella (e implicitamente anche suo fratello Salvatore) affidata alla seconda carica dello Stato Ignazio La Russa, presidente del Senato. Un vero e proprio omaggio a quel “Pinuccio” che è stato un gigante non solo come politico, ma anche come uomo spegnendosi l’8 febbraio 1999 per coerenza con se stesso e i suoi valori. A soli 63 anni per il fatale combinato disposto tra il suo rispetto rigoroso delle liste di attesa, cui come un qualsiasi cittadino comune si è attenuto, e il viaggio disastroso che ha poi compromesso la delicata operazione alla quale si è sottoposto troppo tardi.
Un ricordo che è bastato a farci apparire questa “festa di partito” per il traguardo conseguito dal governo, in uno con la commemorazione dell’ex “Viceré di Puglia”, come un quasi passaggio virtuale di testimone e consegne tra quello statista, e forse premier prima di lei se le cose fossero andate diversamente, e la Meloni. Né ci saremmo soffermati su questo “amarcord” se anche questo evento non ci avesse permesso di scorgere un’analogia di impostazione e postura tra quel duttile ma all’occorrenza anche machiavellico «Ministro dell’Armonia» che abbiamo avuto il privilegio di conoscere bene, e il nostro Presidente del Consiglio. Stessa accortezza e strategia di lungo termine, nessun accenno dal palco, infatti, alle fibrillazioni anche nel centro destra sul tema sentitissimo della guerra e dei suoi effetti. È proprio una Giorgia Meloni “giunco e quercia”, usando un’espressione di tatarelliana memoria, quella che secondo noi non solo mantiene coesa la sua coalizione, ma sta anche magistralmente interpretando, la partita a carte coperte del Risiko mondiale da cui dipendono le sorti dell’Italia e dell’Europa.
Al di là di tutto e guardando oggettivamente gli altri, la Meloni è l’unico capo di governo europeo che, con il suo attendismo e ingiustamente recriminato “equilibrismo”, sta riuscendo a tenersi in realtà abbastanza “terzo” sia pure dichiaratamente allineato alle posizioni volute di Bruxelles. Tesi forse ardita, ma secondo noi, invece, è solo in attesa che si definisca meglio il quadro del confuso panorama internazionale sconvolto dai conflitti in corso per prendere la posizione più giusta per bene dell’Italia e dell’Europa. D’altronde il solo atteggiamento possibile con guerre cyber, economiche ma anche sul campo, ormai a guida IA su tutti i fronti. E con una propaganda che non solo le giustifica (basti pensare alla querelle ancora tutta da risolvere tra “invasione” o “trappola di Tucidide” per il conflitto in Ucraina) ma addirittura le alimenta e gestisce con un cinismo inumano che divide coscienze e Stati, incurante di ogni rischio e delle tantissime vite che spezza ogni giorno. Uno sforzo di nervi non da poco e sempre sul filo del rasoio, quello della nostra premier, che però trova una sua credibile spiegazione logica: nelle inderogabili trattative fra Trump e Putin (se è davvero la pace che tutti si auspicano che si vuole costruire) dare al nostro Paese quel ruolo di «mediatore dell’Europa che manca» e che adesso spetta più che mai di diritto all’Italia, oltre che per assoluta centralità geopolitica e per la presenza del Vaticano al suo interno, anche per una stabilità di governo fuori da ogni possibile discussione.
Un accordo urgente e necessario tra USA e Russia che è vitale se, senza alcuna enfasi retorica, si voglia salvare il mondo, almeno per come lo abbiamo vissuto fino agli inizi del 2022 e come in tanti credono che esista ancora o potrebbe tornare a essere. Prospettiva possibile, però, solo pensando a un «Occidente unico, dall’Atlantico agli Urali» come quello “ante bellum” che avevamo nel solco dei comuni valori identitari, culturali e cristiani: l’unica grande forza, se ricostruita e unita, in grado di poter fermare le guerre in corso, regolarizzare i flussi migratori che stanno minacciando e cambiando il volto delle nostre «deboli democrazie occidentali» e anche arginare le mire egemoniche della Cina, già non solo tecnologicamente dominante a livello planetario in quasi tutti i settori più importanti.
Senza giri di parole stiamo parlando di quella «Pace duratura» ora invocata da tutti, ma che già esisteva grazie a una «Europa che respirava a due polmoni, uno a Est e uno a Ovest» ed era di fatto «l’ago della bilancia di tutti gli equilibri internazionali». Ciò che faceva del nostro Continente il più sicuro e forte della Terra, perché comprendeva in sé la Russia e aveva come alleata l’America: cioè rivali ma non nemiche all’interno dell’Europa e dell’Occidente, e in più in grado di garantire veramente la pace potendo disporsi come contrappesi variabili tra tutte le superpotenze mondiali. Il capolavoro geopolitico del Papa e Santo Karol Wojtyla che ha retto benissimo per ben 33 anni fino al 24 febbraio 2022: quando «l’abbaiare della Nato alle porte della Russia» ha fatto innescare quella «guerra mondiale a pezzettini» – ricordando l’inascoltato Papa Francesco – che sempre più chiaramente si sta rivelando uno smascherato conflitto globale, e in escalation continua, che rischia realisticamente di divenire nucleare anche solo per un banale errore.
Una follia che di umano sembra non avere proprio nulla, solo pensando che una Pace sarebbe possibile e anche in tempi brevi. «Historia magistra vitae» a dirlo non siamo noi ma, per quanto quasi dimenticata se non ignorata, la documentatissima storia recente che ha visto un Vaticano capace di mettere d’accordo Kennedy e Kruščëv e fermare la Terza Guerra Mondiale (1962) e che poi, grazie al segretissimo lavoro di un ancora misconosciuto cardinale pugliese, Francesco Colasuonno, e la nomina finale di un “Papa Polacco”, è riuscito a far cadere il Muro di Berlino (1989). Quel Wojtyla che prese il nome di Giovanni Paolo II, il quale non solo fece di quell’invisibile «Artifex Pacis» della piccola Grumo (BA) il primo Nunzio Apostolico a Mosca, ma che, celebrando solennemente la fine della Guerra Fredda, consacrò di fatto “Bari Capitale mondiale della Pace nel nome universale di San Nicola” nel 1990, facendone una quasi sede diplomatica distaccata di Roma per i rapporti con le chiese orientali e, in particolare, con la molto sentita, nei Paesi dell’Est europeo, chiesa ortodossa.
Cose dette e dirette, da questa e da altre testate, compresi i tentativi fatti da questo governo per cercare di ridare a Bari quel ruolo centrale perduto anche come preziosissimo punto di incontro e dialogo fra le due anime del cristianesimo, la cattolica e l’ortodossa. Basti pensare per tutti «allo storico G7 in Puglia» a pochi chilometri dalla Città di San Nicola, e addirittura con la prima volta di un Papa a questo massimo incontro al vertice per parlare di IA. Un lungo excursus a margine di un evento che parla di una Meloni che ama la Puglia ed evidentemente conosce la storia. E non ci sembra azzardato pensare che potrebbe anche riscriverla con questo risoluto “Papa americano” Leone XIV, se solo, sia a destra che sinistra, la lasciassero lavorare più serenamente almeno sul piano internazionale. In un momento così grave come questo, e mettendo da parte ideologie che nulla hanno a che fare con la Realpolitik, c’è un solo dato inconfutabile, piaccia o non piaccia a qualcuno: la Meloni è attualmente l’unico Capo di Governo credibile che ha l’Europa per poter guidare, e persino in prima battuta, una trattativa di pace tra un lucido e determinato Putin e un Trump che, dopo un fallito attentato che ci ha ricordato quello mortale di John e Bob Kennedy negli anni ’60, e divenuto Presidente degli Stati Uniti d’America stanno verosimilmente cercando di far fuori in altro modo.
Dopo questo lungo inciso, teso a spiegare riflessi e prospettive anche sul piano internazionale del primato di questo governo, eccoci finalmente a questa “festa di Fratelli d’Italia” che in realtà si è trasformata in una quasi inaugurazione della Fiera del Levante dei suoi tempi d’oro: quando qui, a settembre, convenivano anche le più alte cariche dello Stato per fare il punto sull’Italia dopo la pausa estiva della politica. Non con gli stessi spazi e organizzazione, un evento che ha registrato una tale concentrazione di Ministri e figure di primo piano dell’informazione, del partito e del governo, da rendere problematico persino per loro l’entrare nel Circolo della Vela in darsena per l’incontro istituzionale e conviviale riservato agli ospiti più illustri. Così tanti da non rientrare neppure in una foto ufficiale di gruppo che li contemplasse insieme alla famiglia più famosa di Puglia e con il Presidente della Fondazione Tatarella, il noto opinionista televisivo ed editore Francesco Giubilei. Scusandoci per qualche involontaria omissione e per la non citazione di quanti hanno reso questo appuntamento indimenticabile, ci limitiamo perciò a una stringata menzione d’obbligo alla presenza dei ministri Tommaso Foti, Alessandro Giuli, Carlo Nordio e Adolfo Urso e del viceministro Galeazzo Bignami, giusto per non far torto ai tanti parlamentari o colleghi della stampa che pur abbiamo avuto modo di incontrare e salutare.
Due immagini in apertura e chiusura, quasi come i due versi di una banconota a certificare il pubblico sia avanti che dietro al palco, questo il nostro report di una giornata che lascia il segno e ci ha riportato a scrivere, sia pure in ritardo, di un evento a cui non potevamo certo mancare. Per noi anche un ritorno a casa e tra le colonne di una storica testata barese – che già con il suo nome dice tutto – dopo l’infelice parentesi fatta con un altro giornale on line a cui pur abbiamo dato la nostra collaborazione volontaria, ma giusto per non lasciare da solo questo quotidiano che, non allineato al mainstream corrente, finisce per essere una voce fuori dal coro. Una spiegazione personale e dovuta, nella speranza che un giornalismo non solo cronaca, copia e incolla oppure a dettatura IA, serva a qualcosa e prima o poi possa trovare l’ascolto che meriterebbe anche da parte dalla politica. Almeno quando è con documenti storici, oltre che con servizi esclusivi sempre realizzati in presenza, che si vuol contribuire a dare un’originale e magari utile chiave di lettura «…al presente, per orientare il futuro». E per ora e dal BariSera è tutto.
Enrico Tedeschi

