Storia Vs. Storiografia

Riflettevo: come in tutte le vicende della vita e dell’uomo dipende da come si raccontano i fatti, la realtà accaduta!
Nell’uso corrente i due termini vengono usati indifferentemente come sinonimi in realtà hanno per definizione significati molto diversi financo opposti.
Cerchiamo di capire la differenza partendo dalle definizioni.
STORIA: L’insieme dei fatti, degli eventi, delle vicende, considerati nella loro evoluzione nel tempo, è una narrazione, una esposizione ordinata dei fatti umani del passato.
La parola e la evoluzione del termine storia deriva dal latino historia, che a sua volta proviene dal greco antico, col significato originario di “ricerca”, “indagine” o “conoscenza acquisita tramite indagine” e si lega alla radice indoeuropea “colui che sa/testimone”, che nell’Iliade indica il “giudice” o “testimone” che conosce i fatti. 
Il padre della storia è lo storiografo greco Erodoto del 5° sec. a. C., che fu il primo a usare il termine, nella sua principale accezione.
STORIOGRAFIA: è la descrizione dei fatti nella storia, è l’insieme di tutte le forme e maniere di interpretare, trasmettere, studiare e raccontare i fatti accaduti, cioè la storia propriamente detta. 
La storiografia è la disciplina scientifica e la tecnica di composizione delle opere storiche, basata sull’analisi critica delle fonti e sulla rielaborazione metodologica dei fatti passati. 
La storiografia si occupa di descrivere la storia dell’umanità infatti, l’etimologia greca del termine “historiographìa” è proprio composta da “historía” “storia” e “graphía“ e “grafia”, “descrizione”; per cui non è la storia in sé, ma lo studio di come la storia – in quanto fatti e accadimenti della vita degli individui e delle società del passato – viene scritta, interpretata e trasmessa nel tempo, attraverso le varie forme di interpretazione e trattazione.
La storiografia in sintesi è la scienza e pratica dello scrivere opere relative a eventi storici del passato, una tecnica di composizione fondata sull’interpretazione critica e sulla rielaborazione scientifico-letteraria dei fatti, e nella quale si possano riconoscere un’indagine critica e dei principi metodologici.
Per non cadere nell’equivoco, occorre distinguere la storia – propriamente detta, “res gestae”, cioè i fatti accaduti in sé, dalla “historia rerum gestarum”, dal “racconto” dei fatti, dall’insieme di forme di scrittura e interpretazione di quei fatti, per cui teoricamente, storia e storiografia, sullo stesso avvenimento possono anche differire.
Quali sono i limiti del racconto della storia:Limiti delle fonti: in quanto gli storici basano il loro lavoro su documenti, che non sono mai esaustivi, sono spesso frammentari e/o incompleti Selezione degli eventi: la narrazione deve essere, quasi forzatamente, costruita selezionando solo alcuni fatti, giudicati più rilevanti rispetto ad altri cosicché interviene una interpretazione soggettiva. La narrazione storica riflette e viene influenzata spesso dal contesto sociale e politico di chi la scrive o la insegna, privilegiando o ritenendo importanti e fondamentali solo alcuni punti di vista. 
Sulla base di questi limiti oggettivi, ogni considerazione, ricerca ed esposizione su ciò che è avvenuto deriva, seppure in parte, da interpretazioni personali, influenzate e condizionate dal clima culturale e politico in cui opera l’interprete, per cui la storiografia è sempre: soggettiva, parziale e provvisoria. 
In definitiva, per loro natura la storia è oggettiva mentre la storiografia è soggettiva, questo dal momento che di uno stesso fatto si possono dare diverse interpretazioni a seconda della prospettiva del narratore, nonostante agli “storici” si delega il compito di fornire le esposizioni più fondate e attendibili. 
La differenza tra storia e storiografia è quindi analoga a quella che c’è tra un fatto e il suo ricordo, tra vivere una vicenda e raccontarla; e sappiamo benissimo che ogni persona che prenda in considerazione un determinato avvenimento o vicenda, ricorda, filtra e interpreta i fatti e le notizie in maniera propria, personale e peculiare.
Data la sua relatività, la storiografia non può produrre verità storiche, o meglio storiografiche, inamovibili e assolute, dovendosi parlare sempre di ricostruzioni, interpretazioni e conoscenze più o meno attendibili, che rimangono comunque sempre parziali e provvisorie.
La conoscenza storica di tutti noi che sia individuale, quando deriva dalla ricerca, dalla didattica, dall’apprendimento e dalla divulgazione, o collettiva, quando deriva dalle capacità del sistema scolastico e dei mass media, discende e proviene dalla storiografia, e va accettato quindi, che questa è sempre parziale, frutto di una selezione e interpretazione. 
L’ultimo passo è quello che comunque ognuno di noi, seppure nei suoi tempi, nei suoi modi e con i suoi effetti oggettivi, pregiudizi e preconcetti, ne ricorda e ne riporta solo una ulteriore sintesi nella quale del reale svolgimento rimangono solo alcune immagini, sensazioni e prospettive, selezionate e compresse dalla nostra memoria e dalla nostra interpretazione in maniera sempre del tutto personale e soggettiva e quindi possiamo pesare e pensare quanto, nella realtà, ci rimanga di “storia”. 
Il ruolo dello studio della storiaNonostante questa parzialità, studiare la storia rimane fondamentale. 
La storia resta sempre una collezione di precedenti che permettono di capire il mondo e di sviluppare un senso critico per non fidarsi delle spiegazioni semplicistiche. 
Studiare la storia significa anche riconoscere la complessità delle vicende umane e la loro evoluzione, piuttosto che cercare insegnamenti validi per sempre. 
Ho voluto riportare questa mia riflessione in occasione della festa della liberazione non per sottrarre interpreti e significati ma per integrarli con gratitudine e riconoscenza con tutti quei soldati provenienti da tutti gli angoli.del mondo e con quei civili sconosciuti e ignari si sono trovati a sacrificare la loro vita in quella che è stata la sanguinosa Campagna d’Italia, e che ha portato alla liberazione dai nazisti dal territorio italiano e la caduta del regime fascista.
Si è trattato di una vera guerra, di “guerra di liberazione dall’occupazione straniera” e non di una “guerra civile tra italiani” durata quasi due anni, dal giugno 1943 al maggio 1945 e che è costata il prezzo più alto pagato dalla popolazione civile e dal territorio nazionale nel secondo conflitto mondiale.
La campagna d’Italia è stata un conflitto tradizionale, “simmetrico” combattuto sul territorio italiano tra anglo-americani e tedeschi, e che non ha i connotati di una guerra civile “endogena”.
Non voglio fare una cronaca degli avvenimenti, delle battaglie, delle crudeltà voglio evidenziare gli uomini coinvolti e soprattutto quelli provenienti dalle terre più lontane e meno interessate agli eventuali sviluppi successivi alla fine del conflitto ma, che hanno combattuto con l’unico fine di vedere un mondo veramente libero, accomunati solo dalla fede nella libertà.
Sulle lapidi dei tanti cimiteri di guerra disseminati lungo la penisola tra Siracusa e Udine, ci sono anche nomi di soldati e ufficiali: hawaiani, australiani, canadesi, neozelandesi, indiani e nepalesi, francesi e marocchini, polacchi, brasiliani, belgi, militi della brigata ebraica, oltre quelli inglesi e i numerosi statunitensi, che sono la stragrande maggioranza, tra cui persino pellerossa e maori, appartenenti anche s ariate confessioni religiose (cattolici in massima parte, ma anche ortodossi, ebrei e persino musulmani), 
La campagna d’Italia costò dure perdite a entrambe le parti coinvolte, gli Alleati subirono circa 350.000 “casualties” (morti, dispersi e feriti), mentre i tedeschi ne registrarono circa 430.000.  
La popolazione italiana subì grandi danni durante la campagna e la penisola fu devastata dal passaggio del fronte e dalle incursioni aeree; 64.000 civili morirono a causa dei bombardamenti, circa 10.000 persone furono uccise dai tedeschi e dalle truppe della RSI nelle rappresaglie e nelle operazioni di repressione.
Alcune fonti parlano che lo sforzo bellico in territorio italiano costò agli alleati più di 120.000 caduti (fra morti in battaglia e feriti in seguito deceduti), mentre i soldati tedeschi uccisi in Italia furono circa 260.000, sepolti in cimiteri militari disseminati sul suolo italiano. 
Questi e altri dati provengono da una monumentale ricerca storica effettuata dai singoli eserciti alleati, oltre che da saggi e articoli di numerosi storici.
Riguardo i numeri dei caduti dell’esercito partigiano le versioni, tra le quali l’Anpi, divergono alcune versioni parlano di 35.000 morti dei quali circa 7.000 in combattimento.
Il non aver dato il giusto giudizio e peso agli avvenimenti, a mio parere in maniera spesso dolosa, ha portato negli anni, la popolazione italiana, a non riconoscere a tutti gli uomini coinvolti e che si sono sacrificati per la nostra libertà, il giusto e doveroso senso di gratitudine.
Provare gratitudine, comporta uscire dal mito, dalla pedagogia, dalla retorica e avere un ricordo equo, obiettivo di quanto e, a che prezzo, ci è stato offerto grazie a quell’evento drammatico, quanto fondamentale per tutti noi Italiani. Buona riflessione.
Roberto Kudlicka