Amatrice: tutti i mali d’Italia

Negli anni 80 feci un viaggio in Giappone, per girare un documentario per la RAI. Rimasi a Tokio 15 giorni. Dalla stanza del mio albergo vedevo un ponte, che attraversa uno dei fiumi della capitale. Nell’arco di 15 giorni ho visto smontare il ponte esistente, e ricostruirne uno completamente nuovo. Squadre di operai lavoravano notte e giorno, ininterrottamente. Quando calava il sole si accendevano le fotoelettriche, e il cantiere non si fermava mai. Lavoravano in modo ordinato, senza fare eccessivo rumore, con le squadre di operai che si alternavano ordinatamente ogni 8 ore. Noi della troupe eravamo esterrefatti da tanta efficienza: ogni sera rientravamo dal lavoro, e vedevamo con nostri occhi i progressi fatti nelle ultime 24 ore. Lo ripeto, quando siamo arrivati c’era il ponte vecchio, perfettamente funzionante. Quando siamo ripartiti c’era quello nuovo, già perfettamente funzionante.

Ad Amatrice nel 2016 c’è stato un terremoto. Dopo dieci anni, solo il 30% del paese è stato ricostruito. Le macerie sono ancora dappertutto, molte strade sono inagibili, i negozi sono scomparsi, intere zone del paesino sono ancora inaccessibili, e la gente che è rimasta vive in abitazioni di fortuna che sembrano la casetta della Barbie.

E, naturalmente, non è colpa di nessuno. La meraviglia dell’Italia è che le gestione della cosa pubblica fa schifo, ma non è mai colpa di nessuno.

Ieri ad Amatrice c’è andato Mattarella, e tutto quello che è riuscito a dire è “Si ricostruisca”. Ma nemmeno lui sa bene a chi rivolgersi. Da noi vige la forma impersonale dei verbi, che viene usata molto spesso proprio perchè non si riesce mai ad individuare un responsabile preciso per ciascuna delle magagne che affliggono la gestione del nostro paese.

“Si ricostruisca Amatrice”.”Bisogna accelerare le attese negli ospedali”. “E’ necessario affrontare il problema dei migranti”. “Va risolto il sovraffollamento delle carceri”.

“Bisogna”, “è necessario”, “va risolto”. Ma mettere un nome e cognome preciso ai responsabili di ciascuna queste “necessità” non viene mai in mente a nessuno. E così i nostri problemi si trascinano all’infinito, perdendosi in una ragnatela di pratiche inutili, complicazioni legali, errori procedurali, mancanza di centralità della gestione, leggi contraddittorie, ordinanze poco chiare, ecc.

Ma non illudiamoci che tutto questo si possa risolvere in fretta, con qualcuno che semplicemente “mette ordine” in questa melma burocratica. Perchè è proprio nel disordine che trionfa il malaffare: le pratiche inutili danno lavoro e tengono in piedi la pubblica amministrazione, le complicazioni legali danno lavoro agli avvocati, gli errori procedurali comportano nuovi ordini e nuove spese, la mancanza di centralità permette ai fornitori di rubare più facilmente i soldi pubblici, eccetera eccetera.

Il male dell’Italia non è che non sappiamo organizzarci. Volendo, anche noi sapremmo ricostruire un ponte in 15 giorni. Il problema è che nessuno vuole eliminare la nostra melma burocratica, perchè grazie a quella melma le singole entità possono  continuare a lucrare a dispetto e a danno del bene collettivo.


Massimo Mazzucco

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