Udienza chiave nel processo sull’omicidio del carabiniere eroe Carlo Legrottaglie: alla sbarra, l’imputato Camillo Giannattasio racconta la sua verità e chiede scusa alla famiglia del maresciallo ucciso il 12 giugno 2025.
Prima di sottoporsi all’esame e quindi alle domande del pubblico ministero Livia Orlando, Camillo Giannattasio – nato a San Giorgio Jonico, ma residente a Carosino – chiede scusa. Scusa alla vedova Eugenia Pastore, alla famiglia del carabiniere. Scusa al brigadiere Costanzo Garibaldi, quel giorno in auto con il suo collega, il suo amico.
Udienza chiave nel processo sull’omicidio del maresciallo Carlo Legrottaglie, medaglia d’oro al valore, ucciso il 12 giugno del 2025 da Michele Mastropietro, deceduto in un secondo conflitto a fuoco tra le campagne del tarantino. Alla sbarra, davanti alla Corte d’Assise di Brindisi – presidente Maurizio Saso, a latere Ambrogio Colombo – c’è l’unico imputato, difeso dall’avvocato Luigi Danucci. Il meccanico e ferramenta Camillo Giannattasio che, accettando di sottoporsi all’esame, ha raccontato la sua versione dei fatti, la sua verità.
Una storia piena di circostanze sfortunate, innescate da Mastropietro – “quel giorno era impazzito!” spiega Giannattasio – suo conoscente e cliente. Quel giorno, appunto, il meccanico Camillo era a Francavilla, questo il suo racconto, per recuperare un’auto in panne, su richiesta e in compagnia di Mastropietro. Quello che accade dopo, nella ricostruzione dell’imputato, è un succedersi di circostanze che lo hanno visto ignara vittima di tragici eventi.
