Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky comincia a diventare un problema. Come attore, sa bene che, una volta salito da Star sul palcoscenico, non si può più farlo scendere fin quando lo spettacolo non sia finito. Ma lui sa, molto bene, che, finito lo spettacolo, nessuno lo scritturerà più. E, allora, questo spettacolo deve durare il più possibile e deve fruttare il più possibile. Tutte le occasioni si debbono sfruttare con sapienti prestazioni da attore consumato. Questo è successo al recente Consiglio europeo. Lì, partecipano i 27 Capi di Stato e di Governo della EU. E’, certo, irritante che Zelensky sia abusivamente il 28esimo, ma tant’è! Lui ha detto, in quel consesso, senza preamboli tanto sicuro è di stringere in pugno i leader europei, che la guerra, nel 2027, costerà € 155 mld; e ha anche chiesto, subito, € 70 mld. E della Pace, che si dice? Semplicemente, non è contemplata. Ha mostrato il preventivo, sempre più costoso, come fosse un generale con un mandato, e ha fatto la richiesta di un anticipo; senza alcun riscontro.
“L’anno prossimo la guerra costerà 155 miliardi di euro. E abbiamo bisogno di almeno altri 70 miliardi di euro da parte vostra: per la difesa, per le armi e per la nostra resilienza. Si tratta di una cifra realistica. E vi chiedo di trovare questo sostegno. Ci aiuterà a tenere a bada la Russia … Che succede, se cadiamo? Verranno non so quanti profughi in Europa, 20 milioni di ucraini“.
Straordinario, non solo il preventivo, non solo l’anticipo, anche minacce di tragiche conseguenze. Ora, da semplice bottegaio, per il solo 2027, si può conteggiare una media per Paese di oltre € 2,7 mld: per l’Italia, una cosa come 5 manovre di bilancio da € 30 mld, rimanendo nella logica della media.
Nei primi 4 anni di questa guerra infinita, l’Europa ha versato a Zelensky la bellezza di € 227 mld, conteggiando aiuti militari, finanziari, umanitari: una media di € 8,5 mld per Paese, circa € 2,2 mld/anno. Ma l’Italia, come è noto, è molto al di sopra della media. Certo, non sarà questa cambiale la causa dell’aumento della benzina ma impedisce di fare seri interventi per abbassare significativamente le accise. Nel biennio 2026/2027 è già stato deliberato un prestito (che un uccellino dice che sarà di certo condonato) di € 90 mld (€ 45 mld/anno). Sono stati versati soltanto € 19 mld; ne rimangono € 71 mld da versare: € 26 mld a valere sul 2026 e € 45 mld a valere sul 2027. Siamo al ridicolo: L’EU è in debito con l’Ucraina. Però, il furbo Zelensky, nemmeno a metà del biennio, già batte cassa per il 2027, e alza drasticamente il tiro. Se € 45 mld sono il prestito per il 2027, già deliberato, rimane da deliberare il complemento sino a € 155 mld: ben € 110 mld! Che dite? E’ un salasso? Sembra una inattesa cartella pazza delle tasse.
Questa guerra è un drenaggio di risorse europee, quasi strutturale perché la guerra è infinita e nessuno parla di pace; anzi, partono ulteriori sanzioni per la Russia. La guerra di Zelensky è diventata, stranamente, la guerra dell’Europa alla Russia. Con la idea balzana che Putin si voglia mangiare l’Europa insieme a democrazia e libertà (idea cavalcata ossessivamente da Zelensky per incutere il terrore in Europa) lo scenario reale è questo: noi qui stiamo comodamente seduti al divano, di fronte alla TV, e facciamo la guerra alla Russia, in outsourcing, come se l’Ucraina (o meglio il popolo ucraino) fosse il service provider. Infatti, è questa ipocrita paura di essere invasi che ha trasformato un civile e solidale supporto all’Ucraina in una guerra ipocrita. Eppure, lo sanno tutti che una ipocrisia non può che generare prodotti ipocriti. E Zelensky la sta cavalcando con maestria. Tuttavia, è impossibile cambiare la narrazione senza fare la figura di statisti da avanspettacolo.
Gli spettatori esterni sono indifferenti fin quando la guerra EU/Russia riguarda le tasche degli europei e rimane confinata nel territorio. Ma Zelensky, bombardando le raffinerie russe, comincia a dare fastidio al business internazionale. Così, l’alleato americano, essendo molto più sensibile al business che alla ideologia e non disdegnando di mercanteggiare con l’avversario (o presunto tale), sta perdendo la pazienza verso chi intralcia la trattativa e lo vuole licenziare in tronco.
Infatti, per cercare di controllare il prezzo del petrolio greggio, che ha rilevanza mondiale e non territoriale, si sono mossi in tre (Russia, USA, Cina). A fronte della chiusura dello stretto di Ormuz, ad opera dei Pasdaran, e di quello di Bab el-Mandeb ad opera degli Houthi, la offerta di petrolio grezzo è diminuita drasticamente: i prezzi schizzano in alto. Così, tutti i Paesi stanno dando fondo alle proprie scorte evitando di acquistare petrolio. Ma non basta! Allora, Russia e USA cercano di aumentare la offerta, a piccoli passi perché la Russia ha perso buona parte della capacità di raffinazione per colpa di Zelensky. E la Cina? La Cina è il maggior importatore mondiale di petrolio greggio ed esportatore di carburanti. La Cina sta cercando di diminuire la domanda. Dunque, ha ridotto gli acquisti di grezzo (da 11/12 milioni di barili al giorno a 8 milioni di barili in due mesi; pari al 74% del commercio globale). Ma è stata costretta a bloccare le esportazioni di carburante per tenere il raffinato per sé. Quindi la Cina riduce la domanda di grezzo, Russia e USA ne aumentano l’offerta, insieme controllano il prezzo. Infatti il Brent, dai $ 72 al barile di febbraio, oggi è nell’intorno dei $ 100 al barile mentre tutti attendevano un salto fino ai $ 150/200 a barile. I tre, quindi, sembra che stiano lavorando di conserva.
Ma qui nasce il vero nodo della questione che fa apparire il tema energetico ben diverso dalla narrazione ufficiale.
La domanda è: perché Zelensky colpisce così massicciamente le raffinerie russe? Infatti, nel corso del 2026, l’Ucraina ha preso di mira 24 raffinerie russe su un totale di 34 impianti. La risposta appare immediata e scontata: vuole assicurarsi che la Russia perda la capacità di raffinazione.
PERCHE’? E’ bene sapere che quello che serve non è il petrolio grezzo ma il raffinato (benzina, diesel carburate per gli aerei). Ecco che si accende una luce molto opaca sullo scenario: la capacità europea di raffinazione del petrolio non soddisfa più l’intero fabbisogno continentale; il che costringe l’EU a dipendere strutturalmente dall’estero. Infatti, l’Europa ha chiuso, nell’assoluto silenzio, dal 2009 ad oggi, ben 40 raffinerie perdendo circa il 20-30% degli impianti totali, in nome soprattutto del Green Deal, per forzare la transizione verso l’elettrico. Ciò incide direttamente sul prezzo alla pompa. Infatti, escluse le accise, la parte più importante del prezzo alla pompa è il costo della materia prima e il costo della raffinazione. Insieme costituiscono la componente industriale del carburante che vale circa il 30% del prezzo. Ora, sappiamo che il costo della materia prima è salito perché c’è poco petrolio grezzo in circolazione; ma sappiamo anche che il costo della raffinazione sale perché ci sono poche raffinerie attive. L’Europa è debole su entrambi i versanti, è molto vulnerabile agli shock energetici, non riesce a controllare il prezzo alla pompa. IL Diesel è il più colpito essendo il carburante per il Trasporto. I Paesi EU più deboli, come l’Italia, sono i più esposti alla crisi. Sembra che Zelensky voglia il caos mondiale, con i soldi della EU.
E’ necessario capire quale gioco stia giocando Zelensky e con chi. Da un lato, drena energie ad una Europa ipnotizzata; dall’altro, lavora per toglierle anche l’ossigeno. Cosa rimarrà del vecchio Continente? Questa Europa è bistrattata dai grandi del mondo e dai comici: licenziamo Zelensky, non il sostegno all’Ucraina. Se non ci fosse più Zelensky, che farebbe l’Europa?
La risposta è in fondo al tunnel: arriverebbe la Pace.
ANTONIO VOX
